Durante le scorse festività (ma ahimè forse per l’ultima volta) mi è stato regalato il calendario della Banca Popolare di Sondrio, che quest’anno si sofferma sul concetto dei “Pascoli della Libertà”, un’immagine legata alla protezione e valorizzazione degli alpeggi e dei pascoli montani, visti come luoghi di equilibrio naturale, biodiversità e sostenibilità.
L’approfondimento a cura di Davide Sapienza, scrittore e promotore della pratica geapoetica, si sofferma, come detto, su sostenibilità e biodiversità, ma parla anche di valore culturale, libertà e natura selvatica, per tracciare un percorso e farci comprende quanto i pascoli gestiti in modo sostenibile, ovvero che preservano la natura selvatica o la vita pastorale tradizionale, simboleggiando uno stile di vita e gestione del territorio in armonia con la natura in contrapposizione a modelli di sfruttamento eccessivo e di crescita illimitata.
Vi lascio quindi di seguito la trascrizione di questo trafiletto. Con sempre l’augurio di una buona lettura e noi ci vediamo poi nei commenti a fine pagina per chi avrà voglia di dire la sua 😊
“La montagna è una maestro muta che crea discepoli silenziosi” affermò J. W. Goethe, poeta e scrittore, oltre che botanico e discepolo della natura originaria, alla quale tutti apparteniamo. Frase che risuona profonda ancora oggi, in un’epoca turbolenta, nella quale la montagna può e deve avere un ruolo sempre più rilevante, non tanto e non solo sotto l’aspetto materiale ma, per stare con il grande poeta tedesco, anche spirituale.
La montagna è luogo, geografico e interiore, di libertà e risonanza tra noi e la natura, capace com’è di indicarci la via dell’equilibrio, ovvero il segreto della vita che si rigenera di continuo. Ci fu il pioniere dell’ambientalismo scientifico, il forestale Aldo Leopold con il saggio Pensare come una montagna a mostrarci che il nostro pensiero, senza quello delle terre alte, non può essere completo. E infine ci siamo noi. Quale equilibrio può trovare la nostra civiltà, se non quello della pratica di una sostenibilità che sa davvero la filosofia alla base di ciò che facciamo e che produciamo? Nelle terre alte, esiste qualcosa di umano che è così unico da sfuggire spesso alla nostra consapevolezza: sono i pascoli e gli alpeggi, dove piccole società umane si trasferiscono ciclicamente nell’andare e nel tornare della pratica di questi equilibri sottili, ma che sono le chiavi di volta, gli spartiacque da dove osservare il nostro mondo che si illude di poter fare a meno del ciclo naturale della vita. Sono persone a noi vicine delle quali spesso sappiamo poco, a volte un cenno di saluto, altre due parole di cordialità, ma noi passiamo, magari ammirati, loro invece restano, sospinti proprio da quel soffio vitale che finisce spesso sulla nostra tavola sotto forma di prodotti alimentari che hanno il respiro del nutrimento.
Essere sostenibili, è inevitabile ha a che fare con i numeri. E i numeri per la mente umana non sono materiale facile da maneggiare perché la nostra mente ha limiti intrinseci nel distinguere quelli troppo grandi; la nostra capacità di percepire e di mettere a confronto quantità differenti è più imprecisa con l’aumentare dei numeri e forse questo ha a che fare con l’incapacità di vedere modelli economici diversi da quelli che, coi grandi numeri, ci abbagliano e ci illudono di essere più ricchi, materialmente. Ma dentro di noi, continuiamo a impoverirci, senza capire che i numeri della biodiversità diminuiscono e quelli non mentono, ci dicono invece che di questo passo non avremo più risorse adatte alla nostra sopravvivenza.
Ecco un altro pensiero della montagna: se pensiamo di poter procedere all’infinito nell’invasione degli spazi naturali, le vastità da preservare, ci perderemo dentro la proiezione di modelli profondamente fallati come quelli attuali. La natura è una percezione, e come il nostro sistema nervoso: un insieme di organi e strutture (cervello, midollo spinale, organi di senso, nervi), che ricevono, elaborano e trasmettono segnali per coordinare le funzioni e le azioni del corpo e regolare i movimenti, le funzioni fisiche e psicologiche. Questo ci permette di mantenere l’omeostasi – la capacità di un organismo di mantenere le proprie condizioni interne stabili e costanti, nonostante le variazioni dell’ambiente esterno. E dunque torniamo all’equilibrio. La sostenibilità e un cammino fatto di equilibri, come la transumanza verso i pascoli della libertà, le piccole soste degli animali che accompagniamo, per ritrovare di continuo quell’omeostasi. Lo notiamo quando si percorre un sentiero, osservando, respirando, immaginando, per dare al nostro organismo la rigenerazione che necessita. Per sentirci in equilibrio.
La montagna è una geografia particolare, in continua evoluzione. Non è un sostantivo al singolare, ma l’orizzonte dentro il quale si sono evolute le civiltà: una biodiversità umana che si è diversificata nel tempo e nella varietà ha percepito le tante “montagne”, tutte differenti tra loro, cogliendo il valore intrinseco della pluralità che si è confrontata con la consapevolezza di riconoscere le connessioni e le trame della geografia.
È questo il meccanismo di quel “sistema nervoso” che ci ha permesso di nutrirci e di prosperare nella ciclicità delle forze vitali e l’attività umana che più associamo alla montagna vissuta, torniamo lì, è il pascolo, l’agricoltura estensiva e orizzontate, l’opposto di quella intensiva e verticale, insostenibile per come è oggi. Il pascolo prospera perché è un cammino lento, un canto dell’andare e del tornare. Chi lo pratica sa che la sostenibilità di quel mondo è obbligatoria, poiché si possono prendere solo gli “interessi” del (duro) lavoro svolto senza toccare il “capitale” di base. Lo sanno ogni giorno, in ogni alpeggio: se non riesci a ripristinare la condizione ambientale precedente al tuo arrivo, non ci sarà rigenerazione, dunque nessuna sostenibilità per la propria esistenza.
L'overshoot day del 2025 nel mondo e scoccato il 24 agosto e in Italia addirittura martedì 6 maggio, giorno in cui noi italiani abbiamo iniziato ad “andare a scrocco” del pianeta, aumentando il “debito ecologico” e rivelando quanto è grave il sintomo del distacco dai processi naturali verso i quali continuiamo a mantenere una postura antropocentrica, ma anche autolesionista nel lungo periodo. Diverse popolazioni indigene ancora oggi pensano che se le tue azioni non saranno state adatte alla vita delle prossime sette generazioni, non saranno azioni positive e ci dimostrano che l’ecologia, prima di tutto, e un “evento” spirituale, una preghiera di ringraziamento alla vita, che ci sostiene e che abbiamo il dovere biologico di promuovere: non prendere più di quello che occorre, restituisci alla terra i doni che ci fa, sii sobrio.
Mi piace immaginarmi nei panni di quei pastori che durante la transumanza sanno viaggiare leggeri per andare lontano: è come quando fai lo zaino per andare in montagna, deve esserci tutto ma devi sapere essere sobrio, viaggiare leggero. In un mondo sull’orlo del collasso che sempre più predilige i conflitti, armati e verbali, non resta altro che riconnetterci al senso più selvatico che ognuno di noi, da decine di migliaia di anni, porta nel codice genetico. Lungo questo cammino possiamo cogliere plasticamente la drammatica realtà profonda nella quale siamo calati: un “sistema nervoso” umano in difficolta e incapace di cogliere il pericolo, segnali che ogni giorno la Terra ci lancia, per aiutarci, non per auto distruggerci. Bisogna aderire al messaggio delle popolazioni indigene superstiti: loro non hanno mai abbandonato le regole delle grandi forze del mondo.
L’anno 2026, dichiarato dalla Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) “Anno internazionale dei Pascoli e dei Pastori”, può aiutarci a capire cosa ha significato diventare, nel Neolitico, una società umana stanziale e comprendere che siamo nati per muoversi proprio per non prelevare mai più del necessario. Ci deve fare riflettere che questa iniziativa, sia partita dal governo della Mongolia, immensa e misteriosa terra che si estende tra la Cina e la Russia: lì dove si perpetua la cultura nomade, con gli spostamenti continui delle comunità di uomini e animali, la transumanza e il pascolo sono una risposta, un modo di osservare la vita al quale dobbiamo rivolgere i nostri sensi, il nostro sguardo, il nostro amore. L’antropologo David Bellatalla, nel suo Mongolia, la terra degli inseguitori di nuvole, viaggio antropologico e poetico insieme ai pastori nomadi, di loro scrive: “Il volo degli uccelli, il vento, il profumo dell’aria in formazioni di nubi, vengono lette e interpretate come segni-messaggi di una Unità da cui tutto ha origine e di cui ogni cosa fa parte. Non saper leggere tali messaggi o peggio ancora ignorarli significa allontanarsi da quell'Unità originaria perdendosi lungo un commino spesso senza ritorno”.
Sarebbe bello, tutti insieme, tornare a comprendere questa Unità, sentirci parte della Comunità della Terra. L’anno della pandemia, fui accolto da una famiglia di amici della Valle Camonica durante la transumanza dal maggengo di località Larice, fino alla meravigliosa Val Gabbia. Una lunga giornata che mi fece sentire il loro ciclo interiorizzato, l’accettazione di un cammino inevitabile per essere famiglia e poter vivere di montagna. Un intenso viaggio a piedi dove la libertà prendeva forma sotto i miei occhi, intrecciata agli spazi selvaggi che avevo visitato da escursionista, ma che così si svelava nei passi delle vacche, nel loro modo di salire e scendere le quinte di quei monti ai quali sono così legato. Lassù, su quei crinali, nel vento soffiava il messaggio di quelle leggi non scritte dell’alpe, del cielo, delle stagioni, fatta di giorni che vedono la vita rinascere all’alba, scorrere come uno sguardo, come il gesto semplice di genti che escono, sotto il cielo, a controllare se le loro mandrie se la passano bene nel grande respiro che li accomuna.


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